Napoli velata, F. Ozpetek – Italia, 2017

napoli velata

Non riesco a rispondere alla domanda se mi è piaciuto o no questo film. Forse no, mi verrebbe da dire così su due piedi, però è troppo tempo che ci penso e ci ripenso e questo, a mio parere, è quasi sempre un buon segno.

La protagonista del film è Adriana, interpretata da Giovanna Mezzogiorno, che una sera, durante un’occasione mondana, incontra Andrea ( Alessandro Borghi). Basta veramente poco ai due  per venire coinvolti da un’irrefrenabile passione in una scena molto chiacchierata. Da questo incontro ad alto tasso erotico si dipana la vicenda che incrocia un passato e un presente avvolti da un grande mistero. Un amore folle, così incredibile e travolgente che ricorda i vecchi film anni 40, quando ai due protagonisti bastava guardarsi mezza volta per giurarsi amore eterno. Una passione che esplode subito, che non sa aspettare, e poi muore con la stessa intensità.

Ozpetek, anche se con qualche eccezione, ha sempre saputo soddisfare la mia voglia di cinema e di certo le mie aspettative erano molto alte. Un cinema, il suo, capace di raccontare l’amicizia,  i rapporti profondi, la famiglia (quella molto allargata), le relazioni più invadenti, struggenti e personaggi controversi ma sempre pieni di vita. Nelle sue opere si ritrova sempre la quotidianità, anche nelle situazioni meno comuni ed alcuni elementi irrinunciabili; il colore rosso, prestanti attori maschili, grandi tavolate, il gruppo di amici, le presenze/assenze. Io queste cose me le aspetto e anche stavolta non sono rimasta delusa ma è come se avesse svolto il suo compitino senza dare a questi elementi troppa importanza. Tra le cose che mi sono piaciute, sicuramente la musica. La colonna sonora originale è stata affidata al musicista e compositore italiano Pasquale Catalano con la partecipazione di Arisa per l’interpretazione in napoletano del brano “Vasame”. Inoltre la fotografia è molto bella, forse un po’ trattenuta, come se l’autore avesse paura di perdersi troppo in una Napoli che abbonda di elementi e dare così una visione più “ordinata” agli spazi sopra e sottoterra. Sono proprio questi, gli spazi, ad avere un’importanza fondamentale e a dare al film un significato ancora più profondo, collegando quel mondo visibile a tutti con una dimensione occulta, scavata nella terra e nei cuori delle persone. Una dicotomia che non rimane solo ad un livello apparente, ma scende nel non mostrato, nel richiamo, nell’accenno, fino a materializzarsi in alcuni dettagli che tanto mi ricordano Montale, per quella condivisa ricerca di un varco che possa svelare la realtà e la condizione umana più autentica.

Godi se il vento ch’ entra nel pomario
vi rimena l’ ondata della vita:
qui dove affonda un morto
viluppo di memorie,
orto non era, ma reliquario.

Il frullo che tu senti non è un volo,
ma il commuoversi dell’ eterno grembo;
vedi che si trasforma questo lembo
di terra solitario in un crogiuolo.

Un rovello è di qua dall’ erto muro.
Se procedi t’ imbatti
tu forse nel fantasma che ti salva:
si compongono qui le storie, gli atti
scancellati pel giuoco del futuro.

Cerca una maglia rotta nella rete
che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!
Va, per te l’ ho pregato, – ora la sete
mi sarà lieve, meno acre la ruggine…

In Limine (Ossi di seppia),

Eugenio Montale

Proprio Montale, in riferimento al periodo in cui scrisse gli Ossi di seppia, parla di un velo che lo separa da una realtà a cui si sente molto vicino ma che gli è preclusa. Da qui la ricerca di un varco che possa essere rivelatore.

Il velo del Cristo di Sanmartino, a cui si fa riferimento nel film, è un velo che copre senza nascondere ma che rappresenta comunque una, anche se sottile, barriera, o appunto un “limine” tra due dimensioni che, così come sono, non possono venire in contatto.

Adriana è un medico legale che a causa del suo lavoro, è in relazione con la morte e trascorre gran parte del suo tempo tra cunicoli e sale situate sottoterra. Sarà proprio questa spinta verso il basso a produrre una spinta contraria e altrettanto forte, che la trascinerà in superficie, sempre alla ricerca di vita ed emozioni forti. La ricerca ostinata di quella “maglia rotta” attraverso cui poter vedere con chiarezza un passato oscuro ci terrà legati a questa storia, che nonostante qualche debolezza nella sceneggiatura (alcuni elementi non vengono spiegati ma devono essere semplicemente accettati per far funzionare la storia) affascina e non lascia indifferente anche lo spettatore più scettico.

Ho apprezzato veramente poco quello che mi è sembrato un occhio strizzato al cinema di Sorrentino. Mi riferisco soprattutto alla scena della tombola nella casa di riposo con vista sul Vesuvio e alla vecchia veggente bloccata a letto davanti alla tv. I personaggi molto caricaturizzati mi hanno ricordato gli ultimi film del regista partenopeo che in questo caso sembrano calati in un contesto che non gli appartiene e risaltano come “macchiette”. Può essere che questo sia il risultato di un’operazione voluta di commistione di generi diversi e che semplicemente a me non è piaciuta. Nel film c’è tutto: mystery, thriller, noir, erotismo… ma spesso manca qualcosa che possa rendere fluido il passaggio da un registro all’altro. Questo il motivo principale che mi impedisce di rispondere alla domanda iniziale ma una cosa è certa, quel velo te lo senti addosso dall’inizio alla fine.

Annunci

The Shape of Water di Guillermo del Toro, USA 2017

image

“Non essere un’unica forma, adattala e costruiscila su te stesso e lasciala crescere: diventa come l’acqua. Libera la tua mente, diventa informe, senza limiti come l’acqua. Se metti l’acqua in una tazza, lei diventa una tazza. Se la metti in una teiera, diventa la teiera. L’acqua può fluire, spargersi, sgocciolare o spezzare. Sii acqua, amico mio”.

Bruce Lee

I, Tonya di Craig Gillespie, USA 2017

image

La storia di Tonya, non è la storia di Tonya Harding come l’avremmo potuta leggere su wikipedia.
Quella virgola del titolo racconta uno spazio sostanziale che percorre l’intero film. E questo non è un puntoevirgola da tatuarsi sulla mano. È uno spazio che sta a delimitare due Tonya, quella personale e quella pubblica, che non hanno mai comunicato.
Essere stata la prima donna d’America ad aver tentato, riuscendoci, in una competizione ufficiale, un triplo axel e l’incidente che la coinvolse prima delle olimpiadi del ’94, non contano poi così tanto. Il regista sembra dirci che c’era già tutto in quella pista di pattinaggio, in quella sua prima piroetta a soli tre anni. Questa è la storia di una giovane nata con un talento a cui è stato ripetuto per tutta la vita che non avrebbe combinato nulla e che non era l’immagine che l’America voleva ritrarre. Nel film è raccontata la sua storia, la sua infanzia, sua madre, il pattinaggio, il suo matrimonio, e tutto ciò che ne ha fatto quella che tutti conoscono: famosa per “essere stata amata un minuto e poi odiata”.

Tonya è al centro del racconto come invece non sembra esserlo realmente nella sua vita. Le persone che l’hanno amata e odiata, supportata, percossa e maltrattata, l’hanno tirata a turno dalla loro parte senza rispettare quello spazio. Alla sola età di tre anni viene portata dalla madre LaVona sulla pista di pattinaggio per iniziare a prendere lezioni. Qui riceve il suo primo no, sul quale però vedrà imporsi il volere irriverente e inopportuno di sua madre. Tonya inizia così ad allenarsi e cresce facendo i conti con una madre decisa a sacrificare tutto per sfruttare le sue doti. Una dote che come le ricorderà più volte è un suo dono, e si sa che il dono non è -quasi- mai gratuito. Picchiata e perseguitata dall’ambizione della madre che la costringe ad interminabili ore di allenamento e a trascurare educazione e cultura, Tonya entrerà a poco a poco in una prigione, condannata ad essere “un fiore tra giardinieri”. A 15 anni uno scambio di sguardi con un ragazzo di nome Jeff, le basterà a farle girare la testa, e a farla passare dalle grinfie della madre a quelle del marito.
La narrazione della sua vita è interrotta da interviste reali a lei, alla madre, a Jeff ed al suo amico Swan. Ad accompagnare i successi ma soprattutto le cadute di Tonya, il suo commento che ricorda allo spettatore, e forse anche a se stessa, “di non avere (mai) colpa”. Come se la sua vita fosse il risultato delle colpe di sua madre, di Jeff, dell’amico di Jeff, della sua allenatrice e di Nancy Kerrigan, la pattinatrice rivale.
Di chi è la responsabilità di tutto questo casino che è diventata la sua vita? Tonya non è una tipa da autoanalisi, è piuttosto una combattente, che va avanti, dritta all’obiettivo senza farsi troppe domande.
Il film scorre molto bene per tutta la prima parte, che svia dai tradizionali biopic, decentrando la figura della protagonista, per curare maggiormente i “colpevoli” che le sono gravitati intorno. Tonya c’è ma è come se non ci fosse; non esprime ciò che pensa ma reagisce con tutta la rabbia che ha in corpo.
Il regista gira attorno alla protagonista mostrando la sua incapacità a vivere una vita scelta da altri.  L’uso dello split screen, di una perfetta colonna sonora anni ’80, l’apporto di dialoghi ben fatti e personaggi che sembrano macchiette, caricano il film di un’ironia e uno stile che sembra richiamare a due famosi fratelli di Minneapolis e a una voce fuori campo che diceva:

«Al mondo tutti si lamentano perché niente è garantito. Non importa
se sei il Papa, il presidente degli Stati Uniti o l’uomo dell’anno, qualcosa ti andrà sempre storto. Lamentati pure, vuota il sacco, chiedi aiuto tanto non servirà. In Russia hanno trovato il modo di aiutarsi tutti a vicenda. Almeno in teoria. Ma io conosco solo il Texas e qui siamo tutti soli…».

Questo non è neanche il Texas ma il risultato non cambia.

Un personaggio non allineato, rifiutato per come appariva e che ha conosciuto una sola riposta a quel rifiuto: la violenza. Violenza che si subisce e che si infligge, come su un ring, senza esclusione di colpi. Una visione della vita che l’ha condannata a vivere la storia di Tonya come se infondo non le appartenesse davvero.

The Danish Girl di Tom Hooper, GB/USA 2015

image

If i could be who you wanted
If i could be who you wanted all the time Fake Plastic Trees, Radiohead

Siamo a Copenhagen nella prima metà del 900. Einar e Gerda sono sposati e vivono in un appartamento­-atelier dove condividono il loro amore e la loro arte.
Einar è un acclamato pittore di paesaggi, mentre Gerda è un’ostinata ritrattista che non curante del mercato, è decisa ad esprimere ad ogni costo la sua arte. Sarà la determinazione di entrambi, il coraggio e la convinzione di poter essere felici rischiando tutto, a cambiare radicalmente le loro vite. Se il protagonista indiscusso delle scene è Einar, che grazie alla recitazione memorabile del premio Oscar Eddie Redmayne, concentra su di se gran parte dell’attenzione, è in realtà Gerda ad
incarnare la vera anima del film.
La vita a due viene però ben presto sconvolta dall’arrivo di Lili, frutto del travestimento dello stesso Einar. Nato come gioco malizioso in seno alla coppia, finirà per rivelare il reale, decretando un
punto di non ritorno. A poco a poco la scissione scatenata nel corpo e nella testa di Einar si farà sempre più viva, portando Lili ad essere sempre più presente. Einar finirà infatti per scomparire insieme ai suoi, tanto detestati, abiti maschili. Deriso e picchiato da sconosciuti, non si lascerà
intimorire, continuando con determinazione la sua strada verso la felicità. E mentre la società lo
scruta, picchia, insulta e deride, molti uomini ne riconosceranno la bellezza, aiutandolo nel suo personale processo di consapevolezza. A non dare molta importanza a quel corpo così osteggiato sembra invece essere Gerda che ritrarrà per sempre nei suoi dipinti, quella che infondo ha sempre saputo essere la vera anima del marito.

Un film che è un inno all’amore. L’amore incommensurabile di Gerda, che non lascerà mai il fianco di Einar e nemmeno quello di Lili. Una lotta di accettazione e sacrificio a provare che l’amore è
qualcosa che non si può ingabbiare o modificare a nostro piacimento. L’amore non si sceglie, non finge ciò che non è, non si nasconde, l’amore passa attraverso gli occhi e può dire solo la verità.
Amare significa rivoluzionare il proprio punto di vista, farsi uno con l’altra persona. Amare significa essere complici sempre, anche nel dolore. Il dramma di Gerda è il dramma di Einar che non può più nascondersi di fronte a ciò che, come dice lui stesso, c’è sempre stato. Allo stesso tempo è anche la storia di una rinuncia ad un corpo, che però, così com’è, non può più esprimersi.
Una storia che si compirà passando attraverso il dolore più lacerante nella dichiarazione di Lili:
“Einar è morto”, per poi, finalmente, liberato nel corpo e nell’anima, essere “completamente se stesso”.
Se solo Einar potesse essere ciò che vorrebbe, per tornare ai versi iniziali, sono sicura che Gerda sarebbe felice, qualsiasi cosa questo avrebbe potuto significare.

Film delicato accompagnato da una altrettanto delicata fotografia e recitazione. Il dramma non urla,
è tutto interiore, ma si sente anche quando non mostra.
Tratto dal romanzo di David Ebershoff ispirato ad una storia vera. Einar Wegener è il primo uomo
ad aver affrontato, mettendo a rischio la propria vita, un’operazione per cambiare il proprio sesso.

(…) Proprio come un fiore sboccia dopo aver sopportato il rigido freddo invernale, un sogno può avverarsi solo se si è preparati a sopportare i tormenti che ne accompagnano la realizzazione e a compiere tutti gli sforzi necessari.

La nuova rivoluzione umana, vol.8, pagg. 39-40

Perché mi stanno sulle palle gli italiani all’estero ma sto cercando di smettere

Nudeln-mit-Ketchup

Perché sono quelli che dopo mezza sillaba pronunciata in un’altra lingua si capisce subito la provenienza ma fanno come se nessuno se ne fosse accorto, e piuttosto che rispondere alla domanda “Where are you from?” si taglierebbero la lingua in mille pezzettini.

Sono quelli che se costretti, al massimo biascicano il nome del loro paesino sperduto sullo scarpone, evitando prontamente di rispondere “Italy”con la speranza che il vicino giapponese ne rimanga confuso ma soddisfatto.

Sono quelli che se conosci meglio e ti concedono un caffè ti elencano le loro ragioni di odio verso il paese natio in conversazione tipo questa:

“Dai lo sai anche tu…” ti dicono “In Italia c’è la mafia, la corruzione, è un paese per vecchi e non c’è nessuna possibilità per noi giovani…”

Però sono anche quelli che guai a toccargli le lasagne della nonna, gli arancini della zia Carmela e il loro mare.

Le uniche cose che salvano sono commestibili.

Io non li odio a prescindere gli italiani all’estero, ma vorrei non sentire più le stesse cose. Vorrei parlare di tutte quelle persone, e io ne ho conosciute direttamente parecchie, che ogni giorno lavorano concretamente contro la mafia, vorrei parlare di tutti quegli italiani che si sforzano di essere dei buoni esempi per i loro figli, che si differenziano, che lottano. Vorrei parlare di mio padre che ha 73 anni e lavora ancora perché ama profondamente il suo lavoro; di mia sorella e della sua forza, che a volte non si riconosce, ma che l’ha portata a grandi risultati; del mio migliore amico che vorrebbe salvare (come minimo!) tutti i richiedenti asilo di Genova e magari non ci riesce, ma fa tantissimo per loro ogni giorno. Vorrei parlare di tutti gli italiani che stimo, che mi ispirano a fare meglio, che sono fonte di amore e di speranza. Vorrei parlare di don Ciotti e di don Peppe Diana a chi non ne ha mai sentito parlare, e di Libera e della possibilità di fare e di imparare qualcosa di importante attraverso i campi di volontariato nei beni confiscati alla mafia. Vorrei parlare di Roberto Saviano e di Saverio Tommasi, dei loro post che a volte tirano schiaffi e a volte carezze ma che sono sempre spunto per ottime riflessioni. Vorrei parlare di arte italiana, delle bellezze del nostro Paese, e di come mi sento fortunata quando torno a casa e posso ammirare tanta Bellezza. Vorrei parlare di De Andrè, della voce di Giorgia, dell’emozione che ho provato a camminare sul Palatino accompagnata dalla luce calda e invadente di un tramonto che non dimenticherò mai. Vorrei parlare di cinema italiano, vorrei parlare della ricchezza della nostra lingua.

E’ un Patrimonio che viene da lontano, è vero, e che forse non ci meritiamo perché in parte non sappiamo apprezzare e valorizzare nel modo giusto – “come fanno all’estero”-, ma questo non lo rende meno bello.

Vorrei parlare di come si potrebbe migliorare, vorrei parlare di soluzioni, vorrei parlare di correttezza e civiltà, vorrei portarmi dietro un po’ del buono e del bello che esiste…nel caso va bene anche parlare della longevità calcistica di Francesco Totti o della mia amata Sampdoria.

Vorrei che ci sentissimo responsabili verso il nostro Paese e non menefreghisti, vorrei che scoprissimo che qualcosa si può fare, che capissimo veramente che ognuno di noi influenza parecchie persone nel corso della sua vita e che questo è potenzialmente poter fare tantissimo.

Vedere solo il brutto che sicuramente c’è ed è sotto gli occhi di tutti non lo fa un Paese migliore ma è qualcosa da cui partire per migliorare. Come quel giorno che abbiamo deciso di accettare quella proposta, di cogliere la sfida, di lasciare la nostra famiglia perché “non ce la facevamo più” a sopportare certe condizioni. Vedevamo tutto nero prima di partire, la nostra vita non ci piaceva e proprio per questo abbiamo radunato tutte le nostre forze e i nostri vestiti per cambiarla, per renderla migliore, per essere felici.

Noi italiani all’estero non stiamo contribuendo in nessun modo a cambiare il nostro Paese che non ci va bene, critichiamo da lontano e magari ci sentiamo pure migliori.

Io non ci sto e non ti terrò la mano quando mi elencherai tutti i motivi per cui odi l’Italia.

Io da questo Paese straniero che mi sta ospitando, che si sta prendendo cura di me, voglio imparare, voglio capire come e perché qui molte cose funzionano meglio e le persone hanno rispetto per il posto in cui sono nate sentendosi in prima persona responsabili.

Gli altri non sono per forza migliori ma abbiamo sicuramente molto da imparare.

E ora non sventolerò il tricolore che nascondo nell’armadio ma al prossimo italiano che incontrerò al “corso di tedesco per stranieri” proverò iniziando con un sorriso.

Innsbruck, 31/03/17

.

“ Secondo il maestro buddista Tsunesaburo Makiguchi ogni individuo può e deve creare valore nella propria vita. Un aspetto importante della creazione di valore, per Makiguchi, era lo sviluppo di un equilibrio armonioso tra valori individuali e sociali ottenibile attraverso l’educazione alla creazione di valore. Lo scopo della vita non è altro che la realizzazione e la creazione del valore che è in se stessa felicità.”

* N.B. Vorrei salutare i miei amici italiani all’estero che con queste parole non hanno niente a che fare, che mi hanno sostenuto e con i quali bere un caffè è sempre bello.

La mia amica Simona, che è a Ginevra perché ha vinto un Dottorato e con la quale ci scambiamo sempre fiumi di messaggi vocali, Valentina che ho conosciuto su un pullman per Innsbruck, Giorgia in Erasmus a Innsbruck, “compagna di banco” e spalla durante il corso di tedesco, Licia che lavora a Graz e ha condiviso con me paure, difficoltà ma anche tante risate e Giacomo che mi ha portato a sciare ed è la parte divertente e diciottenne di un’Italia che può ben sperare. (Spero di non aver dimenticato nessuno!!!) A tutti voi Grazie.

Questo non è un posto dove aspettare la fine

image

Questo non è un posto dove aspettare la fine,  la fine di un pasto, di un programma in tv,  di una passeggiata, di una visita, o della propria vita.
Queste mani così disidratate e straripanti di vene, hanno imparato dove appoggiarsi. Questi visi arsi e rugosi hanno dimenticato l’invidia verso qualcosa che non c’è più. Questi occhi non hanno perso colore e acquistato amore.
E queste gambe che non sanno più come stare dritte trovano il modo di funzionare.
Nessuno qui resta fermo ad aspettare. E io, che ho accarezzato quelle mani,  osservato quei visi,  guardato in quegli occhi e aiutato quelle gambe così stanche,  trovo che queste vite non sono tenute in piedi dal ricordo ma dalla volontà di esserci e provare ancora piacere.
E noi, che ora scaliamo montagne e saltiamo pozzanghere,  abbiamo il compito di non dimenticare mai che vivere senza mollare la presa significa riconoscere il proprio valore.

La vita di una persona che lotta fino all’ultimo istante continuerà a risplendere. Neppure l’invecchiamento, con il trascorrere del tempo, potrà intaccarla. Al contrario, il suo splendore crescerà sempre più col passare degli anni.

dalla “Mappa della felicità” di Daisaku Ikeda

Tangerines di Z. Urushadze, Estonia 2014

mandariinid_tangerines_still

Diceva Martin Luther King: “Abbiamo imparato a volare come gli uccelli, a nuotare come i pesci, ma non abbiamo imparato l’arte di vivere come fratelli”.

Siamo negli anni 90, in Abcasia, una provincia secessionista della Georgia, qui vive Ivo, un esiliato estone che costruisce cassette di legno per i mandarini del vicino e compaesano Margus. I due sembrano i soli a credere ancora che quella terra possa dare frutto e ad avere una motivazione per restare. Le ragioni sono diverse, Ivo è legato profondamente a quel luogo ed è fermamente convinto che lì dove non è nato, morirà; Margus invece vuole fare un’ultima grossa raccolta di mandarini per poi tornare in Estonia.

Ma la guerra si sa, non suona al campanello e tantomeno chiede il permesso per entrare, così Ivo si ritrova prima a dover accogliere forzatamente due soldati georgiani affamati, e poi a salvarne la vita in seguito ad uno scontro armato con miliziani ceceni.

Due sopravvissuti, un georgiano e un ceceno, due nemici  ma una sola scelta possibile. Ahmed e Niko saranno così costretti a dividere lo stesso tetto e le umane cure del padrone di casa. Una convivenza di formazione, che passa dall’odio cieco verso “chi sta dall’altra parte”, dal desiderio di uccidere, prevaricare, vincere e possedere, fino alla presa consapevolezza di non essere solo “una divisa di un altro colore” ma uomini prima di tutto. L’esitazione di fronte alla sofferenza umana non esiste per Ivo, che alla domanda di Margus che gli chiede se ha paura della possibilità che si possano uccidere a vicenda, risponde che no, che loro hanno promesso di non farlo. C’è l’assoluta certezza che non sia tutto perduto, che sotto quelle divise fatte di odio ci siano sentimenti umani condivisi da tutti. La casa di Ivo diventa così attraverso la sua ferma presenza, il suo rigore morale, la dignità e il rispetto, un piccolo spazio di rieducazione per riprendere contatto con l’umanità che la guerra ha sradicato in loro. Un microcosmo dove la presenza di dolore, fame, sete, desiderio di avere una famiglia, stanchezza, e il riconoscimento della bellezza nella stessa donna, irrimediabilmente li renderà uguali.

Film del 2014 scritto, prodotto e diretto dal regista e sceneggiatore georgiano Zaza Urushadze. Un film non lungo, non pesante, non banale, non “troppo triste”, ma incredibilmente chiaro e semplice da capire nella sua intenzione di essere film contro ogni guerra, da quella domestica a quella politica, religiosa, sociale e discriminatoria che ci impone domande taglienti soprattutto vissute alla luce degli ultimi dolorosi avvenimenti, dove la pietà, quale sentimento che induce amore, compassione e rispetto per la vita e la sofferenza delle altre persone, pare esser stato dimenticato.

Ingiustamente passato inosservato ai molti, ha in realtà ricevuto diversi riconoscimenti e premi di eccellenza come “miglior film straniero” agli Oscar ed ai Golden Globe.

 

Quanto giusta pensate che sia

Una sentenza che decreta morte? (da recitativo n. 9 – Fabrizio De Andre’)

 

Un film di Zaza Urushadze

Con Misha Meskhi, Giorgi Nakashidze, Elmo Nuganen, Raivo Trass, Lembit Ulfsak

Titolo originale Mandariinid

Drammatico, 87 min

Estonia 2014

SmoKings di M. Fornasero – Ita/Svizzera 2014

Sul rubare a chi ruba e dintorni – Una storia ( quasi ) tutta italiana

image

“È una questione di qualità o di formalità (…) come decidere di radersi i capelli, di eliminare il caffè, le sigarette, di farla finita con qualcuno o qualcosa, una formalità, una formalità.”

Sicuramente una questione anche di qualità quella che riguarda il film SmoKings diretto da Michele Fornasero che alla sua prima regia, non riesce a lasciarci indifferenti e annoiati di fronte a qualità tecniche e contenuti da cinema che vuole fare informazione.

Ho visto questo docufilm in una calda serata d’estate e, contrariamente a quanto faccio di solito, mi ero informata poco sul film, volevo vederlo e basta, ed ero curiosa di capire perché un piccolo cinema che già non attira grandi platee, avesse fatto questa scelta.
I due protagonisti seducono fin dai primi minuti. Carlo e Gianpaolo Messina fratelli e soci in affari che condividono non solo una madre e una società ma che ormai da anni portano avanti una battaglia fianco a fianco, antieroi in un mondo di paradossi.

La storia inizia alla fine degli anni 90 quando realizzano la loro “semplice idea” per far soldi.
La “trovata Messina” fu quella di creare un sito online dove vendere sigarette di grandi marchi a prezzi nettamente più bassi. Così è nato Yesmoke.com che in poco tempo arriva a fatturare 100 milioni di dollari all’anno.
Il giro di affari non poteva passare inosservato alle grandi multinazionali del tabacco che iniziano da subito una guerra a colpi di denunce, blitz e arresti. 550 i milioni di dollari chiesto da Philip Morris a Yesmoke nel 2001 per violazione di marchio e concorrenza sleale. Niente di abbastanza spaventoso da scoraggiare Gianpaolo e Carlo che annunciano subito di voler aprire una fabbrica di tabacco in Italia. Con l’avverarsi di un sogno si amplia anche l’entità di una battaglia che a poco a poco si trasforma in una guerra non solo contro il potente mondo delle multinazionali ma anche contro un intero Stato, quello italiano. Quello stesso Stato che con un decreto legge sulle accise ne modificava la variabilità imponendo un prezzo minimo alle sigarette, di fatto favorendo le grandi multinazionali, “costrette” a pagare meno tasse.
Ancora una volta però, rotti i sigilli, i fratelli Messina dimostrano di non temere autorità, e dopo anni di lotta il 5 aprile del 2012, ottengono l’abolizione della “tassa minima” sulle sigarette e la cancellazione dei riferimenti italiani sui pacchetti non prodotti in Italia.
La corsa di resistenza che li ha visti da sempre sfidare i propri limiti continuerà fino ad “estirpare il bubbone Big Tobacco dalla società”.
Oggi la fabbrica, aperta a sesto torinese nel 2007, continua a produrre sigarette per il mercato estero ma sogna l’Italia…

Una storia sul coraggio?sull’imprenditorialita’?una storia su una famiglia particolare?una storia di denuncia? Forse, ma anche no, o almeno non solo questo.
SmoKings è Carlo e Gianpaolo, è il racconto della loro vita, di come sono diventati ricchi e non se la sono goduta e di come hanno affrontato qualcosa che fin da subito era più grande di loro.
Tra liceità e morale, una storia vera che non richiede giudizio.
Il risultato è molto piacevole grazie ad una regia pulita e un montaggio che aggiunge valore ad una già accattivante estetica generale che ben si adatta al soggetto e, soprattutto, ai soggetti in questione.

Alla fine Carlo e Gianpaolo stanno bene stanno male e noi come stiamo?

http://yesmoke.eu

Vele

0e43b81e1e77af23478d1d07cd86238e

Ad ogni modo sono qui, su questa Izola.

A volte mi capita di chiudere gli occhi e di pensare a ciò che è stato,

poi li riapro e sono.

Allora vedo una finestra su una nuova vita.

Non più il grigio della città

L’incertezza di un contratto

La fine di un rapporto.

Izola è il colore che non avevo

una passione condivisa

un lavoro che è piacere

un sorriso che non conoscevo,

un’amicizia che nasce.

Siamo tutti compresi e incompresi in questo luogo.

Questa città ci contiene e

ci culla in un movimento che conosce solo il mare,

quello che forse un giorno impareremo a governare.

Allontanarsi per poi ritornare,

lasciare e prendere tutto.

La vita che si riempie e si svuota in un stesso istante.

Le onde hanno sostituito il traffico

E noi stiamo solo cercando di capire

Come il vento ci possa aiutare.