Questo non è un posto dove aspettare la fine

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Questo non è un posto dove aspettare la fine,  la fine di un pasto, di un programma in tv,  di una passeggiata, di una visita, o della propria vita.
Queste mani così disidratate e straripanti di vene, hanno imparato dove appoggiarsi. Questi visi arsi e rugosi hanno dimenticato l’invidia verso qualcosa che non c’è più. Questi occhi non hanno perso colore e acquistato amore.
E queste gambe che non sanno più come stare dritte trovano il modo di funzionare.
Nessuno qui resta fermo ad aspettare. E io, che ho accarezzato quelle mani,  osservato quei visi,  guardato in quegli occhi e aiutato quelle gambe così stanche,  trovo che queste vite non sono tenute in piedi dal ricordo ma dalla volontà di esserci e provare ancora piacere.
E noi, che ora scaliamo montagne e saltiamo pozzanghere,  abbiamo il compito di non dimenticare mai che vivere senza mollare la presa significa riconoscere il proprio valore.

La vita di una persona che lotta fino all’ultimo istante continuerà a risplendere. Neppure l’invecchiamento, con il trascorrere del tempo, potrà intaccarla. Al contrario, il suo splendore crescerà sempre più col passare degli anni.

dalla “Mappa della felicità” di Daisaku Ikeda

Tangerines di Z. Urushadze, Estonia 2014

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Diceva Martin Luther King: “Abbiamo imparato a volare come gli uccelli, a nuotare come i pesci, ma non abbiamo imparato l’arte di vivere come fratelli”.

Siamo negli anni 90, in Abcasia, una provincia secessionista della Georgia, qui vive Ivo, un esiliato estone che costruisce cassette di legno per i mandarini del vicino e compaesano Margus. I due sembrano i soli a credere ancora che quella terra possa dare frutto e ad avere una motivazione per restare. Le ragioni sono diverse, Ivo è legato profondamente a quel luogo ed è fermamente convinto che lì dove non è nato, morirà; Margus invece vuole fare un’ultima grossa raccolta di mandarini per poi tornare in Estonia.

Ma la guerra si sa, non suona al campanello e tantomeno chiede il permesso per entrare, così Ivo si ritrova prima a dover accogliere forzatamente due soldati georgiani affamati, e poi a salvarne la vita in seguito ad uno scontro armato con miliziani ceceni.

Due sopravvissuti, un georgiano e un ceceno, due nemici  ma una sola scelta possibile. Ahmed e Niko saranno così costretti a dividere lo stesso tetto e le umane cure del padrone di casa. Una convivenza di formazione, che passa dall’odio cieco verso “chi sta dall’altra parte”, dal desiderio di uccidere, prevaricare, vincere e possedere, fino alla presa consapevolezza di non essere solo “una divisa di un altro colore” ma uomini prima di tutto. L’esitazione di fronte alla sofferenza umana non esiste per Ivo, che alla domanda di Margus che gli chiede se ha paura della possibilità che si possano uccidere a vicenda, risponde che no, che loro hanno promesso di non farlo. C’è l’assoluta certezza che non sia tutto perduto, che sotto quelle divise fatte di odio ci siano sentimenti umani condivisi da tutti. La casa di Ivo diventa così attraverso la sua ferma presenza, il suo rigore morale, la dignità e il rispetto, un piccolo spazio di rieducazione per riprendere contatto con l’umanità che la guerra ha sradicato in loro. Un microcosmo dove la presenza di dolore, fame, sete, desiderio di avere una famiglia, stanchezza, e il riconoscimento della bellezza nella stessa donna, irrimediabilmente li renderà uguali.

Film del 2014 scritto, prodotto e diretto dal regista e sceneggiatore georgiano Zaza Urushadze. Un film non lungo, non pesante, non banale, non “troppo triste”, ma incredibilmente chiaro e semplice da capire nella sua intenzione di essere film contro ogni guerra, da quella domestica a quella politica, religiosa, sociale e discriminatoria che ci impone domande taglienti soprattutto vissute alla luce degli ultimi dolorosi avvenimenti, dove la pietà, quale sentimento che induce amore, compassione e rispetto per la vita e la sofferenza delle altre persone, pare esser stato dimenticato.

Ingiustamente passato inosservato ai molti, ha in realtà ricevuto diversi riconoscimenti e premi di eccellenza come “miglior film straniero” agli Oscar ed ai Golden Globe.

 

Quanto giusta pensate che sia

Una sentenza che decreta morte? (da recitativo n. 9 – Fabrizio De Andre’)

 

Un film di Zaza Urushadze

Con Misha Meskhi, Giorgi Nakashidze, Elmo Nuganen, Raivo Trass, Lembit Ulfsak

Titolo originale Mandariinid

Drammatico, 87 min

Estonia 2014

SmoKings, M. Fornasero – Ita/Svizzera 2014

Sul rubare a chi ruba e dintorni – Una storia ( quasi ) tutta italiana

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“È una questione di qualità o di formalità (…) come decidere di radersi i capelli, di eliminare il caffè, le sigarette, di farla finita con qualcuno o qualcosa, una formalità, una formalità.”

Sicuramente una questione anche di qualità quella che riguarda il film SmoKings diretto da Michele Fornasero che alla sua prima regia, non riesce a lasciarci indifferenti e annoiati di fronte a qualità tecniche e contenuti da cinema che vuole fare informazione.

Ho visto questo docufilm in una calda serata d’estate e, contrariamente a quanto faccio di solito, mi ero informata poco sul film, volevo vederlo e basta, ed ero curiosa di capire perché un piccolo cinema che già non attira grandi platee, avesse fatto questa scelta.
I due protagonisti seducono fin dai primi minuti. Carlo e Gianpaolo Messina fratelli e soci in affari che condividono non solo una madre e una società ma che ormai da anni portano avanti una battaglia fianco a fianco, antieroi in un mondo di paradossi.

La storia inizia alla fine degli anni 90 quando realizzano la loro “semplice idea” per far soldi.
La “trovata Messina” fu quella di creare un sito online dove vendere sigarette di grandi marchi a prezzi nettamente più bassi. Così è nato Yesmoke.com che in poco tempo arriva a fatturare 100 milioni di dollari all’anno.
Il giro di affari non poteva passare inosservato alle grandi multinazionali del tabacco che iniziano da subito una guerra a colpi di denunce, blitz e arresti. 550 i milioni di dollari chiesto da Philip Morris a Yesmoke nel 2001 per violazione di marchio e concorrenza sleale. Niente di abbastanza spaventoso da scoraggiare Gianpaolo e Carlo che annunciano subito di voler aprire una fabbrica di tabacco in Italia. Con l’avverarsi di un sogno si amplia anche l’entità di una battaglia che a poco a poco si trasforma in una guerra non solo contro il potente mondo delle multinazionali ma anche contro un intero Stato, quello italiano. Quello stesso Stato che con un decreto legge sulle accise ne modificava la variabilità imponendo un prezzo minimo alle sigarette, di fatto favorendo le grandi multinazionali, “costrette” a pagare meno tasse.
Ancora una volta però, rotti i sigilli, i fratelli Messina dimostrano di non temere autorità, e dopo anni di lotta il 5 aprile del 2012, ottengono l’abolizione della “tassa minima” sulle sigarette e la cancellazione dei riferimenti italiani sui pacchetti non prodotti in Italia.
La corsa di resistenza che li ha visti da sempre sfidare i propri limiti continuerà fino ad “estirpare il bubbone Big Tobacco dalla società”.
Oggi la fabbrica, aperta a sesto torinese nel 2007, continua a produrre sigarette per il mercato estero ma sogna l’Italia…

Una storia sul coraggio?sull’imprenditorialita’?una storia su una famiglia particolare?una storia di denuncia? Forse, ma anche no, o almeno non solo questo.
SmoKings è Carlo e Gianpaolo, è il racconto della loro vita, di come sono diventati ricchi e non se la sono goduta e di come hanno affrontato qualcosa che fin da subito era più grande di loro.
Tra liceità e morale, una storia vera che non richiede giudizio.
Il risultato è molto piacevole grazie ad una regia pulita e un montaggio che aggiunge valore ad una già accattivante estetica generale che ben si adatta al soggetto e, soprattutto, ai soggetti in questione.

Alla fine Carlo e Gianpaolo stanno bene stanno male e noi come stiamo?

http://yesmoke.eu

Vele

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Ad ogni modo sono qui, su questa Izola.

A volte mi capita di chiudere gli occhi e di pensare a ciò che è stato,

poi li riapro e sono.

Allora vedo una finestra su una nuova vita.

Non più il grigio della città

L’incertezza di un contratto

La fine di un rapporto.

Izola è il colore che non avevo

una passione condivisa

un lavoro che è piacere

un sorriso che non conoscevo,

un’amicizia che nasce.

Siamo tutti compresi e incompresi in questo luogo.

Questa città ci contiene e

ci culla in un movimento che conosce solo il mare,

quello che forse un giorno impareremo a governare.

Allontanarsi per poi ritornare,

lasciare e prendere tutto.

La vita che si riempie e si svuota in un stesso istante.

Le onde hanno sostituito il traffico

E noi stiamo solo cercando di capire

Come il vento ci possa aiutare.

 

Il filosofo ignoto – F. Fogliotti, ITA 2014

La telecamera ruba l’anima”: fu proprio con queste parole che Guido Ceronetti, nei primissimi anni novanta, scoraggiò la proposta di un film-documentario sulla sua figura e il suo teatro. L’interessato era niente meno che Federico Fellini.

A oltre vent’anni da quell’“aereo mai decollato” esce nelle sale Il filosofo ignoto, un docufilm che avvicina la complessa figura di Ceronetti in punta di piedi, partendo dalla memoria di un uomo “in esilio dal 1927”, mettendone in scena vizi e virtù senza perdere il senso della distanza: lo spazio antistante la telecamera è rispettato come lo spazio mentale dello spettatore, troppo spesso costretto in “binari visivi” che ne mutilano lo sguardo.

Il “caso Fogliotti” è però un’altra storia, iniziata con una domanda giusta che lo ha portato, con la collaborazione di Enrico Pertichini, alla realizzazione di un accurato (e accorato) omaggio ad un uomo che nel suo essere “molti” – scrittore, traduttore, filosofo, poeta, marionettista, drammaturgo, teatrante e giornalista – è rimasto “uno”: quel Guido Ceronetti che non smette di esprimere con forza e grande dispiegamento di mezzi una filosofia che si vuole “ignota” ma non per questo meno efficace.

La sua vita di artista finemente eccentrico viene portata sullo schermo con un rispetto raro, quello che si avverte quando centro del discorso è un uomo e non l’idea sedimentata di esso. Alla fine di questo viaggio è forte la sensazione che i registi non abbiano mai smesso di tenerci la mano: la scoperta di questa complessa personalità avviene insieme a loro, attraverso un disegno in itinere che appare del tutto spontaneo.

Molti i temi trattati attraverso dialoghi, letture di testi poetici (fabbricati in proprio o liberamente tradotti), spezzoni dal Teatro dei Sensibili (fondato da Ceronetti insieme alla moglie Erica Tedeschi nel 1970), l’importanza della parola viva, una personalissima ricerca spirituale condotta attraverso la lettura e la “riscrittura” di testi veterotestamentari (Qohèlet, Isaia, Giobbe, i Salmi), l’alienazione umana, la sofferenza, la poesia come “deterrente per gli assassini”, la bellezza contro la violenza, l’importanza della donna come unico contatto con la vita ma anche l’uomo, ricco di contraddizioni e immerso nel tragico e ineluttabile destino individuale.

Un documentario che sottrae tempo offrendo spazio ai pensieri, alla cultura, al teatro, alle voci, alla strada, agli amici, alla gioventù, al ricordo, ad una vita speciale che doveva essere portata sullo schermo. Un film per chi ha forse avuto la fortuna di conoscere il “Ceronetti scrittore” ma non il privilegio di abbracciare il “Ceronetti uomo”.

Sul Vulcano di G. Pannone, ITA 2014

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Documentario che attraverso la presa diretta di tre vite vissute all’ombra del vulcano racconta di una condivisione, di un sentimento di paura senza fine, di una fede che si tramanda, di un paesaggio da amare e di un cemento da odiare, di un figlio che sfrutta e di una Madre che castiga.

“Sul Vulcano” è un film su Napoli che vuole prima di tutto evitare la rappresentazione classica stereotipata della città e che dimenticato il teatrino napoletano, ci regala un affresco inedito attraverso un percorso che sa valorizzare la cultura nella sua più ampia accezione, quella che non distingue ciò che è alto da ciò che è basso ma che usa il dialogo perché è consapevole che la ricchezza sta nella contaminazione.

Un paesaggio mozzafiato, quello vesuviano, ricco di fiori e di una bellezza unica che troppo spesso si trova adagiata sofferente su un cemento soffocante, questo il retroscena che si fa coprotagonista insieme agli uomini e alle donne che lo abitano immersi in un universo di contraddizioni.

Un progetto ambizioso che si serve di tre personaggi, Matteo Iole e Maria, che attraverso quelle che lo stesso regista chiama “voci pensiero” esprimono la loro arte di vivere dialogando con testi letterari interpretati da famosi attori (tra i quali Toni Servillo, Iaia Forte, Donatella Finocchiaro, Fabrizio Gifuni e Leo Gullotta).

I contributi più interessanti, ad un’opera che sembra divertirsi a “farci perdere la bussola”, provengono dalle immagini dell’istituto Luce sulle eruzioni storiche del Vesuvio, da testi accuratamente selezionati – Leopardi, Curzio Malaparte, Giorgio Bocca, Giordano Bruno tra gli altri – e dalla musica di Daniele Sepe che accompagna le immagini unendo tradizione e gusto moderno.

E’ così che il paesaggio, i volti e le voci si fondono dando vita ad un risultato che confonde nella sua impossibilità di definirsi attraverso un’identità, quella vesuviana, fatta di consapevolezza e incoscienza, di contatto quotidiano con una terra che è cenere e vita allo stesso tempo, che regala i suoi frutti all’uomo ma che può anche strapparglieli con tutta la sua violenza. Una contraddizione non solo apparente ma molto profonda, duplicità e schizofrenia, come afferma lo stesso Pannone, che unisce il Vesuvio a chi lungo le sue pendici ha costruito la sua vita, dimenticando (forse) la paura.

Le avversità danno vita alla grandezza.

maggiori sono le sfide e le difficoltà che affrontiamo,

maggiori opportunità abbiamo di crescere e

svilupparci come persone.

una vita facile, senza ostacoli, non porta frutti.

questo è un fatto incontestabile della vita.

D. Ikeda


Cinquanta sfumature di (grigio) ridicolo

Un record di incassi esploso come da aspettative in un qualsiasi weekend di san valentino. Questo è Cinquanta sfumature di grigio, un caso letterario (più di 100 milioni le copie del romanzo vendute) e la sua naturale ed inevitabile trasposizione cinematografica.

Così, fatti i conti con la mia ossessiva compulsiva curiosità a discapito di reputazione e buon vicinato, ho deciso di vedere il film anche se con un certo programmato ritardo.

I primi minuti del film scorrono incontrollati e il mio impegno si è concentrato soprattutto sull’evitare di farmi influenzare dalle iterate scene in cui il signor Grigio amante del pigiama modello intimissimi, si diletta a togliersi la maglietta. Ho pazientato e ignorato un iniziale coinvolgimento emotivo–ormonale per poi rendermi conto nel giro di niente che gli avrei volentieri messo le mani sulla faccia e sputato in un occhio.

Più il film si sviluppa e più sembra incredibile pensare che un soggetto simile possa suscitare una qualche emozione al di là di inevitabili risate. E se il protagonista maschile amante delle sculacciate lascia più di un dubbio, sul fronte femminile non siamo messi meglio perché la protagonista è degna del suo principe dotato di frustini ed elicottero.

Anastasia è una cenerentola moderna che “pronti via” si ritrova ad intervistare quasi per caso e proprio per culo questo mega manager, che vestita da finta sfigata con macchina da finta alternativa si ubriaca post laurea con una birra e si ricorda poco prima di sputare l’anima per terra di chiamare il facoltoso Gray che, colpone di scena, si materializza giusto in tempo per tirare un pugno ad un illuso ammiratore, evidentemente manchevole dei passatempi giusti per fare centro.

E poi c’è l’ascensore, il tema forte del film, veicolo di emozioni e passione…chi l’avrebbe mai detto…

Questo è quanto, forse ho  dimenticato qualcosa su delle citate pinze vaginali ma il resto sono solo cravatte e in definitiva il sesso tanto decantato e millantato ci è precluso. La storia fa il suo decorso in un patinato che si vende certo più facilmente ad un pubblico da grandi occasioni, quello che non ama scomporsi troppo. Ma questa non è una critica perché nulla di più di ciò che ho visto mi aspettavo e a niente servono i paragoni con altri film usciti recentemente, in primis Nymphomaniac, etichettati anch’essi come ‘erotici’ ma di ben altra caratura.

Discorsi a parte quello che mi preme di più è condividere una accurata selezione delle migliori battute del film.

Gray: “se fossi mia non potresti sederti per una settimana”

Gray: “non ti toccherò…non prima di avere il tuo consenso scritto”

Anastasia: “farai l’amore con me?”

Gray: “due cose”

“Io non faccio l’amore…io scopo forte”

Gray: “la mia stanza dei giochi…”

Anastrasia: “tipo xbox?”

Gray: “mi piacerebbe scoparti a metà della settimana prossima”

Gray: “alza di nuovo gli occhi al cielo e ti metto pancia sotto sulle mie ginocchia”

Song One di K. Barker-Froyland – USA 2014

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Questo film è un film sull’amore. Ma questo film non è stucchevole, non è volgare, non è banale, non ci sono tradimenti o stupidi equivoci e neanche petali di rosa e cuori o Parigi o attori dall’aspetto poco probabile. Giuro che qualcosa però rimane e si, certo lei è Anne Hathaway ma con uno stile molto “rilassato” e lui è un cantante, Johnny Flynn noto anche per alcune partecipazioni come attore di film e serie tv ma niente a che vedere con Channing Tatum per intenderci.

La storia è quella di Franny un’antropologa che vive in Marocco decisa a far ritorno in America per assistere il fratello finito in coma a causa di un incidente. Giunta al capezzale del fratello con cui non parlava da mesi inizia a conoscerlo come mai aveva fatto quando poteva ascoltarlo. Attraverso un diario scopre l’amore incondizionato del fratello verso la musica e l’ossessione per James Forester, un famoso cantante indie rock. Lo sviluppo della storia e l’arrivo dell’amore è fiabesco ma mai patinato e la presenza di situazioni e dinamiche molto “terra a terra” rende il film incredibilmente verosimile (anche se ovviamente poco probabile, questo devo ammetterlo). Non aggiungerò altro, è un buon film, con tanta buona musica, piacevole, delicato come non ne vedevo da un po’ di questo genere (tra i miei preferiti Once, Blue Valentine, 500 giorni insieme, Bright star, One day) e se qualcuno fosse alla ricerca di un film per san valentino, lo ha trovato!

“l’amore per l’altro è impossibile a chi è egoista”

D. Ikeda

Pride di M. Warchus – GB 2014

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non lottiamo solo per il pane ma anche per le rose”

 

L’orgoglio è quello di chi crede che ciò per cui sta lottando è più importante di tutto, quando essere insultati, picchiati ed esclusi non è abbastanza per smettere di farlo. Questo è quello che Mark deve aver provato quando nella Londra thatcheriana dei primi anni 80, si è battuto tra i primi per i diritti di gay e lesbiche scendendo in piazza per non doverlo più fare. Ma quelli sono anche gli anni in cui vengono varate leggi per rendere lo sciopero illegale e l’84 è l’anno in cui il sindacato dei minatori dichiara lo sciopero ad oltranza per protestare contro la chiusura di molte miniere. Tutto questo non ha lasciato indifferente Mark, convinto a fondare i LGSM (Lesbians and Gays Support The Miners) a sostegno dei minatori nel segno di una protesta comune. Una convinzione che non sarà facile da spiegare non solo ai minatori ma anche alla comunità gay che stenta a capire le motivazioni di una tale mobilitazione in favore di chi non è mai stato molto gentile nei suoi confronti. Con le prime raccolte fondi iniziano anche i primi ostacoli come quello di trovare dei minatori che accettino i loro soldi. La diffidenza da entrambe le parti è sconfortante ma non per chi crede profondamente in ciò che sta facendo, così la perseveranza li porterà fino in Galles dove una piccola comunità di minatori in sciopero accetterà di incontrarli. Il discorso del presidente dei minatori in un club gay di Londra getterà la prima mano dall’altra parte della barricata e sarà l’inizio di tante mani che strette saranno in grado, se non di vincere, di combattere contro quel “nemico tanto più grande e tanto più forte”. Da qui in poi sarà una conoscenza reciproca che coinvolgerà poco a poco tutti fino a comprendere reciprocamente le ragioni più profonde della lotta lasciando spazio all’amicizia, a situazioni esilaranti fino a confinare diffidenza e pregiudizi a chi fa della diversità un motivo di condanna.

Il film con le sue tematiche “tipiche”, l’umorismo da situazione e l’ambientazione ricorda altri film dai più famosi come Full Monty, al più recente We want sex, ma senza per questo togliere nulla a una storia vera che sa emozionare e far sorridere nel segno di ciò che abbiamo già visto ma non ancora imparato.

American sniper – C. Eastwood, USA 2015

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Non sono americana e odio la guerra, la odio con tutto il cuore. Detto questo certo, non posso capire. Probabilmente non posso capire ma anche più probabilmente perché non voglio. Non posso capire cosa possa significare privarsi di un padre che volontariamente va in guerra rischiando la sua vita e sacrificando la mia. Non voglio capire che si possa provare un sentimento di devozione, amore e fedeltà per il proprio paese maggiore di quello per la propria moglie, il proprio figlio e per se stessi. Non voglio capire che essere eroe significhi questo, ma ho visto il film e ci ho provato. Mi sono immersa in quell’America post 11 settembre, quell’America ferita, quell’America grande e grossa rimasta indifesa.

Clint Eastwood trae dalla realtà la storia per il suo ultimo film imponendoci vecchie riflessioni mai risolte e lo fa raccontandoci la storia vera di un cecchino, anzi del migliore cecchino che l’America abbia mai avuto.

Chris Kyle è cresciuto con un padre presente che lo ha sempre esortato secondo i valori cristiani ad essere “pastore di gregge”, protettore dei più deboli contro la violenza dei lupi. La violenza come risposta ad altra violenza, contro il sopruso, l’arroganza del più forte, contro quel compagno di scuola che picchia il fratello. La violenza giustificata, la violenza santificata. Questa violenza, solo questa violenza è bene, bene superiore, è giustizia, è fare qualcosa di grande, è essere eroi. Un padre così te lo ricordi quando ormai adulto compili la richiesta per entrare nei neavy seal, forze speciali dell’esercito. Hai grandi ideali e grandi muscoli, non serve altro per partire, per valere, se non una donna da cui tornare tra un turno e l’altro. Così Chris percorrerà la strada che lo porterà dai ranch del Texas ai tetti dell’Iraq, diventando in breve tempo padre assente e cecchino infallibile.

Il quadro sono gli eroi americani che partono e più spesso tornano dentro ad una bara o che reduci non tornano mai più. Tutti accolti da applausi, ricoperti di medaglie ma soli. Soli come lo erano là in quei paesi così lontani dove le voci delle mogli che li aspettano sono interrotte da quelle meno amorevoli di chi gli ricorda che la decisione di uccidere è la loro. Chris Kyle questa decisione la prenderà 160 volte guadagnandosi la stima e il rispetto dei compagni che lo chiamano “Leggenda”. Ma alla Leggenda sul campo di battaglia si alterna l’uomo ordinario e incapace tra le mura domestiche, una andata e un ritorno senza fine tra l’essere e il non essere, tra lo straordinario e l’ordinario che sembra impossibile, soffocante, invivibile. Quando l’odore della carne che cuoce sul barbecue è più insopportabile dell’odore di pelle bruciata, quando la vista di una tv spenta in salotto è meno confortante del fumo dei nemici negli occhi, quando il pianto di tuo figlio paralizza più delle bombe, quando tutto questo accade non si è eroi ma reduci, incompleti, uomini ridotti.

L’accusa è ad uno stato che manda i suoi uomini a difenderlo, li etichetta come eroi e li restituisce agli ospedali di qualche periferia dimenticata. Si perché quando si legge che ogni giorno negli stati uniti muoiono 10 reduci di guerra afflitti da sindrome post traumatica, beh qualche considerazione viene da farla. Probabilmente non capirò mai ma so che una guerra infinita che si autoalimenta illudendosi di essere necessaria, finisce solo per sputare sopravvissuti, e uomini persi.

Il finale con l’assurda morte del protagonista al poligono di tiro per mano di un reduce non sembra bastare a ricordare l’assurdità della guerra, di qualunque guerra perché dopo tutto c’è una bandiera che sventola sopra a tutto e soprattutto.