The Look of Silence di Joshua Oppenheimer –

 


untitled (3)

Felice di sapere che The Look of Silence vincitore del Gran Premio della Giuria alla 71esima Mostra del Cinema di Venezia, uscirà oggi nelle sale italiane.

Il regista statunitense Joshua Oppenheimer al suo secondo lungometraggio dopo The Act of Killing ci regala un documentario, che restando legato al precedente riesce a coinvolgere e convincere ancora. Lo sfondo storico è lo stesso, il genocidio anticomunista avvenuto in Indonesia negli anni 60, ma il punto di vista è invertito. Non più quello degli assassini di cui investigava l’orrore e la follia, ma quello di un uomo in particolare, un uomo che fa del suo mestiere di oculista la sua missione personale. Dotato di una telecamera andrà alla ricerca di chi, in quegli anni fu responsabile della efferata e disumana morte del fratello. Con assoluta compostezza non cerca vendetta ma una reazione, una ragione, una spiegazione, una comprensione della sofferenza con cui lo hanno condannato a vivere. 2000 le persone che persero la vita nei modi più atroci perché comuniste tali o presunte e i responsabili sono tuttora al potere. Il silenzio del titolo è quello che incontra il protagonista ed è quello difficile da superare quando le parole non bastano. Un documentario imperdibile che ci insegna molto sulla rabbia e sulla sua inutilità anche a fronte di un dolore che doveva essere evitato e ad una giustizia lontana.

 


 

“la vita possiede la capacità, come le fiamme che tendono verso il cielo, di trasformare la sofferenza e il dolore in energia necessaria per la creazione di valore, in luce che illumini l’oscurità.

Come il vento che attraversa vasti spazi liberi, la vita ha il potere di sradicare gli ostacoli e le difficoltà.

Come l’acqua corrente, essa può togliere ogni impurità.

La vita, come la terra che sostiene la vegetazione, ci protegge con la sua forza compassionevole”

D. Ikeda

 

 

Annunci

Sivas di Kaan Mujdeci – Turchia

 

untitled (2)

Un razzo lanciato in cielo decreta l’inizio del film. Un gruppo di bambini gioca a nascondino. Tra loro Aslan, 11 anni e un tenero broncio combattivo. Sullo sfondo di un villaggio brullo e desolato dell’Anatolia una storia solo apparentemente semplice che racchiude la profondità e la complessità dei rapporti umani filtrati dallo sguardo di un bambino. A cambiare profondamente Aslan sarà l’incontro con Sivas, un grosso cane da combattimento abbandonato esangue dopo un incontro. Un rapporto che lo porrà di fronte a nuove domande le cui risposte finiranno per abbattersi su quel muro di gomma che è una società popolata solo di “cattivi maestri”.

Ne esce un quadro pessimista, in cui l’atto di ribellione di un bambino che sembra presagire una presa di posizione matura, viene invece soffocato sul nascere da un finale che è un silenzio assenso pieno di rassegnazione, capace di catapultarci all’inizio del film e ad una sconfitta già scritta.

 

No One’s Child di Vuk Ršumovic – Serbia

Bosnia 1988, un bambino allevato dai lupi viene ritrovato durante una battuta di caccia. Portato in un orfanotrofio a Belgrado sarà ripulito e con fatica educato alle regole della società umana. La difficoltà nell’individuarne la nazionalità, sarà causa dell’incomunicabilità con i tutori e di numerosi episodi razzisti di cui sarà vittima.

Le inquadrature sempre fisse sul giovane e talentuoso protagonista, ci guidano nella difficile comprensione di un’identità che ridisegnata da altri stenta a riconoscersi. Questa distanza che separa il ragazzo dal “nuovo mondo” che lo circonda sembra incolmabile, ma l’arrivo di Zika, un giovane libero da pregiudizi, saprà con estrema semplicità entrare veramente in relazione con lui diventando determinante per la sua maturazione. Quattro anni dopo però sarà costretto a far ritorno in Bosnia a causa dello scoppio della guerra e ancora una volta sarà istruito a nuove regole e a nuove scarpe imposte da altri.

Il regista che attinge da un episodio realmente accaduto, ci regala una preziosa storia sul rapporto complesso tra civiltà e natura e attraverso un finale forte e inaspettato ci impone profonde riflessioni sul vero significato di progresso nella nostra società dove i tanti figli di nessuno si fanno ancora la guerra.

No-Ones-Child-2014-Vuk-Rsumovic-cov932-932x460

Arance e martello di Diego Bianchi – Italia

untitled

Un film in costume nell’Italia del 2011, questo il sottotitolo dell’opera prima di Diego Bianchi in arte “Zoro”.

L’intera vicenda è ambientata in un rione romano dove un decreto per la imminente chiusura del mercato porterà gli esercenti dello stesso a rivolgersi alla vicina sede del PD. Chiamati in causa la segretaria di partito e la sua altrettanto impegnata famiglia si darà il via all’azione e a un rocambolesco susseguirsi di eventi e personaggi.

Una commedia non convenzionale costruita su una sceneggiatura che fa dello sfottò politico e calcistico il suo punto di forza regalando allo spettatore più di una risata.

Il regista non rinuncia allo stile che lo ha reso famoso, quello del “selfie”, sdoppiando la ripresa e il suo punto di vista, che rimane da una parte oggettivo e distaccato e dall’altra lo pone come protagonista attivo della storia. La colonna sonora composta da musiche per lo più elettroniche accompagna l’azione sempre molto movimentata raggiungendo picchi di grande frenesia.

Il film in definitiva convince soprattutto il pubblico. Insomma “Zoro” entra nel grande schermo e lo fa con disinvoltura.

The President di Mohsen Makhmalbaf – Iran

The%20President%20directed%20by%20Mohsen%20Makhmalbaf

 

Il presidente/dittatore di uno stato caucasico non specificato in seguito ad un colpo di stato fugge insieme al nipote. La fuga sarà una silenziosa presa di coscienza di un uomo che ha sempre vissuto nell’alto della sua dimora giocando a spegnere e accendere la città come fosse un acquario senza vita. A quel gioco superficiale se ne sostituisce uno reale in cui il nipote sarà la prima vittima di una terapia ad alto urto che cambierà irrimediabilmente le sue sorti di bambino già destinato a ballare come un damerino lontano dal suo amore. Commuove l’interpretazione del piccolo attore protagonista (Dachi Orvelashvili) che avrebbe barattato il potere del nonno con un gelato e che sarà invece costretto a vedere molto altro, incarnando le speranze di cambiamento di un popolo che in un finale tragicomico ha capito che sulla vendetta non si costruisce niente. A sottolineare la diversa valenza delle presenze del nonno e del nipote sono i colori, toni che vanno dal grigio al bianco e al nero per il primo e una sola nota di colore sul secondo data dallo scialle rosso, che ne ricopre la testa facendolo sembrare una bambina. Una discesa agli inferi in un mondo povero e violento, che generato e abbandonato dal suo stesso padre ne rivendica gli anni perduti ma che ormai cresciuto sa riconoscere ciò che è meglio per lui.