Questo non è un posto dove aspettare la fine

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Questo non è un posto dove aspettare la fine,  la fine di un pasto, di un programma in tv,  di una passeggiata, di una visita, o della propria vita.
Queste mani così disidratate e straripanti di vene, hanno imparato dove appoggiarsi. Questi visi arsi e rugosi hanno dimenticato l’invidia verso qualcosa che non c’è più. Questi occhi non hanno perso colore e acquistato amore.
E queste gambe che non sanno più come stare dritte trovano il modo di funzionare.
Nessuno qui resta fermo ad aspettare. E io, che ho accarezzato quelle mani,  osservato quei visi,  guardato in quegli occhi e aiutato quelle gambe così stanche,  trovo che queste vite non sono tenute in piedi dal ricordo ma dalla volontà di esserci e provare ancora piacere.
E noi, che ora scaliamo montagne e saltiamo pozzanghere,  abbiamo il compito di non dimenticare mai che vivere senza mollare la presa significa riconoscere il proprio valore.

La vita di una persona che lotta fino all’ultimo istante continuerà a risplendere. Neppure l’invecchiamento, con il trascorrere del tempo, potrà intaccarla. Al contrario, il suo splendore crescerà sempre più col passare degli anni.

dalla “Mappa della felicità” di Daisaku Ikeda

Tangerines di Z. Urushadze, Estonia 2014

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Diceva Martin Luther King: “Abbiamo imparato a volare come gli uccelli, a nuotare come i pesci, ma non abbiamo imparato l’arte di vivere come fratelli”.

Siamo negli anni 90, in Abcasia, una provincia secessionista della Georgia, qui vive Ivo, un esiliato estone che costruisce cassette di legno per i mandarini del vicino e compaesano Margus. I due sembrano i soli a credere ancora che quella terra possa dare frutto e ad avere una motivazione per restare. Le ragioni sono diverse, Ivo è legato profondamente a quel luogo ed è fermamente convinto che lì dove non è nato, morirà; Margus invece vuole fare un’ultima grossa raccolta di mandarini per poi tornare in Estonia.

Ma la guerra si sa, non suona al campanello e tantomeno chiede il permesso per entrare, così Ivo si ritrova prima a dover accogliere forzatamente due soldati georgiani affamati, e poi a salvarne la vita in seguito ad uno scontro armato con miliziani ceceni.

Due sopravvissuti, un georgiano e un ceceno, due nemici  ma una sola scelta possibile. Ahmed e Niko saranno così costretti a dividere lo stesso tetto e le umane cure del padrone di casa. Una convivenza di formazione, che passa dall’odio cieco verso “chi sta dall’altra parte”, dal desiderio di uccidere, prevaricare, vincere e possedere, fino alla presa consapevolezza di non essere solo “una divisa di un altro colore” ma uomini prima di tutto. L’esitazione di fronte alla sofferenza umana non esiste per Ivo, che alla domanda di Margus che gli chiede se ha paura della possibilità che si possano uccidere a vicenda, risponde che no, che loro hanno promesso di non farlo. C’è l’assoluta certezza che non sia tutto perduto, che sotto quelle divise fatte di odio ci siano sentimenti umani condivisi da tutti. La casa di Ivo diventa così attraverso la sua ferma presenza, il suo rigore morale, la dignità e il rispetto, un piccolo spazio di rieducazione per riprendere contatto con l’umanità che la guerra ha sradicato in loro. Un microcosmo dove la presenza di dolore, fame, sete, desiderio di avere una famiglia, stanchezza, e il riconoscimento della bellezza nella stessa donna, irrimediabilmente li renderà uguali.

Film del 2014 scritto, prodotto e diretto dal regista e sceneggiatore georgiano Zaza Urushadze. Un film non lungo, non pesante, non banale, non “troppo triste”, ma incredibilmente chiaro e semplice da capire nella sua intenzione di essere film contro ogni guerra, da quella domestica a quella politica, religiosa, sociale e discriminatoria che ci impone domande taglienti soprattutto vissute alla luce degli ultimi dolorosi avvenimenti, dove la pietà, quale sentimento che induce amore, compassione e rispetto per la vita e la sofferenza delle altre persone, pare esser stato dimenticato.

Ingiustamente passato inosservato ai molti, ha in realtà ricevuto diversi riconoscimenti e premi di eccellenza come “miglior film straniero” agli Oscar ed ai Golden Globe.

 

Quanto giusta pensate che sia

Una sentenza che decreta morte? (da recitativo n. 9 – Fabrizio De Andre’)

 

Un film di Zaza Urushadze

Con Misha Meskhi, Giorgi Nakashidze, Elmo Nuganen, Raivo Trass, Lembit Ulfsak

Titolo originale Mandariinid

Drammatico, 87 min

Estonia 2014

Il mio primo festival. Vi racconto la mia Venezia71

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Sono sbarcata a Venezia con una valigia piena di vestiti e aspettative. Come da statistiche circa l’ottanta per cento del contenuto era superfluo, anche perché c’era freddo e non ero preparata. Da spettatrice casalinga del festival mi ero fatta tutta una mia idea, che in parte ho potuto smontare quest’anno. Il lido non è una sorta di isola della cuccagna, tutta illuminata e luccicante e non ci sono tizi che tentano di venderti ad ogni angolo cappellini di film improbabili e le figone svedesi in abiti succinti non si autoriproducono sotto il red carpet. Insomma se si cerca questo lo si trova anche, gente fuori luogo approdata con la sola speranza di farsi notare, ma se si vuole il Cinema lo si trova eccome.

Sveglia ore 7 primo film inizio ore 8.30 e da lì senza sosta fino a sera. Umanamente penso che più di 6 film al giorno (senza cedere al peso della palpebra!!!) non sia possibile vedere, ma sicuramente ci sarà qualcuno in grado di smentirmi. Detto questo ero sempre in sala o in coda, il tempo non esiste e quello per mangiare e per le necessità fisiologiche te lo devi inventare, perciò mi sono persa, in alcuni casi con grande dispiacere (Elio Germano su tutti) molti red carpet e molto glamour.

Ma parliamo dei film. Non dedicherò troppe parole a quelli premiati, se ne sono già spese troppe…riporterò qualche appunto su alcuni dei film che ho trovato interessanti e che mi auguro vengano distribuiti in Italia.